Bruno Arcari, campione mancino nel pugilato

Bruno Arcari, lei e’ stato uno dei piu’ grandi campioni mancini. Che cosa significa, nella boxe?

«È un vantaggio che si può tradurre in un handicap.

Nel senso che il pugile mancino deve avere, rispetto a uno impostato in guardia normale (braccio sinistro in avanti, pugno destro all’altezza del mento, pronto a colpire), doti più raffinate: essendo limitato il repertorio di colpi (non la potenza, perché il mancino è più potente, vedi per esempio Hagler), ci vogliono soprattutto colpo d’occhio e rapidità di movimento.

Un buon pugile “destro” può anche mascherare certi difetti e fare una carriera importante. Un mancino o è un brocco o diventa un campione”.

Lei è stato un grande campione d’Europa e del mondo. Ha abbandonato il titolo, dopo dieci match iridati vinti, nel ’74. Mai avuto problemi?

“Sempre, perché a parte Orsolics, Quatuor e Corpas, tutti i miei avversari erano “destri”.

Ma credo di averne procurati di più ai miei avversari, anche per una questione psicologica.

Faccio un esempio: il pugile in guardia normale che affronta un altro pugile impostato come lui è abituato a girare alla sua destra, in modo da “allungare” la strada al destro del rivale.

Contro un mancino deve invece mutare rotta, e questo lo disturba. E deve stare attento a portare il destro: se il mancino è svelto e potente, schiva e rientra con il montante sinistro, trovando strada libera. Questo, almeno, è quello che facevo io. Mi è sempre andata bene”.

Mancini, nella boxe, si nasce o si diventa?

«Si nasce. Io ho disputato i primi tre match da dilettante in guardia normale, perché così avevano deciso i tecnici. Un disastro.

Ma a quell’epoca essere mancini, non soltanto nella boxe, era una cosa anormale.

Ricordo che a scuola mi legavano il braccio sinistro per costringermi a scrivere con la destra. E qui l’impresa è riuscita: oggi scrivo e impugno le posate con la destra».

Articolo firmato: Colombo Claudio (pag. 37 del Corriere della Sera 4 aprile 1994)

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