Petizione della mano sinistra

La storia, fortunatamente, è anche fatta fatta anche di inversioni e rovesciamenti soprendenti.

Così, da poveri reietti i mancini hanno invertito il significato della propria diversità, si sono scavati una virtuosa e orgogliosa nicchia di differenza.

Il movimento, quasi sotterraneo, è stato unilineare, ma ha conosciuto anche molte oscillazioni.

La prima celebre e spassionata difesa del mancinismo è probabilmente la “Petizione della mano sinistra per coloro che sono incaricati di educare i bambini“, scritta nel 1787 dallo statunitense Benjamin Franklin:

«Mi appello a tutti gli amici della gioventù, pregandoli di gettare uno sguardo di compassione sul mio sfortunato destino e di dimenticare i pregiudizi di cui sono vittima.

Io e la mia compagna destra siamo gemelle, uguali come i nostri occhi, eppure fin dall’infanzia mi hanno abituata a considerare mia sorella come un essere di rango superiore, da elevare all’arte del disegno e della musica, mentre io venivo punita perché mancavo di grazia e destrezza.

Ma cosa accadrebbe se la mia sorella venisse a mancare o fosse semplicemente affetta da reumatismi? La nostra famiglia perirebbe di miseria a causa di questa ingiustizia».

La Petizione, tra l’altro, è paradossalmente scritta dalla gemella destra, l’unica autorizzata a farlo secondo i precetti dell’epoca.

Questo approccio tollerante si cristallizza nell’utopia egualitaria dell’ambidestria, incarnata da Lord Robert Baden-Powell: il padre dello scoutismo era un ambidestro naturale che amava dipingere i propri acquarelli «con entrambe le mani», predicando ai discepoli la pari dignità delle due appendici del braccio.

L’utilità pratica e sociale dell’ambidestria è innegabile e la liberazione dei mancini si è avuta anche grazie a questo passaggio importante. Tuttavia, come indica la parola stessa, ambidestro vuol dire avere due mani destre, diventarlo per un mancino significa barattare la conquista della simmetria con la rinuncia della specularità.

Mentre le fucine scolastiche continuavano a forgiare destrimani e il positivismo novecentesco si intrecciava in forme più o meno tragiche con la medicina e la sociologia, nella comunità scientifica qualche pioniere navigava in direzione contraria.

Nel 1949 tra lo scetticismo di molti colleghi, la psicologa Vera Kovarsky presenta all’Università di Montpellier uno studio accurato sull’argomento, proponendo la stesura di una “Carta dei diritti fondamentali dei mancini” che mette in discussione alla radice diversi caposaldi della psichiatria infantile.

Eppure, nonostante i venti di liberazione, la maggior parte dell’opinione pubblica resta saldamente ancorata al pregiudizio della diversità.

Un sondaggio realizzato negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei all’inizio degli anni ’50, mostra che il 99% dei genitori si augura ancora un figlio destrimane, mentre il 75% è pronto a farlo correggere dalle istituzioni.

Bisognerà attendere la rivoluzione libertaria del Sessantotto, l’emersione delle pedagogie alternative e antiautoritarie per un abbandono progressivo della logica della correzione forzata.

La dissoluzione del pregiudizio educativo ha permesso alle ultime generazioni di sviluppare in piena libertà attitudini e inclinazioni personali, invertendo a poco a poco il rapporto numerico (e psicologico) con le maggioranze destrimani.

L’aumento dei mancini nel mondo è in tal senso un chiaro sintomo di progresso sociale, un fenomeno che allude a modelli di integrazione più tolleranti e rispettosi delle singole diversità.

Allo stesso tempo, le vulgate sull’intrinseca genialità, sul talento fuori dal comune degli individui sinistrorsi sembrano il giusto risarcimento per secoli di crudele oppressione.

Scomparsi gli anatemi di preti e monarchi, messe in soffitta le bacchette degli istitutori e i pregiudizi degli psichiatri di inizio Novecento, nei prossimi secoli il mondo potrebbe addirittura raggiungere il mitico pareggio tra mancini e destrimani.

Un salomonico 50 e 50 che però, a pensarci meglio, non farebbe comodo a nessuno. I primi perderebbero l’orgoglioso sentimento di appartenere a un’irriducibile minoranza. I secondi, come spesso accade alle ex maggioranze, inizierebbero a temere di subire lo stesso ingrato destino riservato ai loro gemelli sinistri.

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